Un calesse viene condotto su una strada sterrata circondata da un'arida
solitudine. Due uomini sono in agguato e costringono, con l'uso delle
armi, il povero conducente all'immobilità.
Purtroppo,
colui che è costretto sin dalla nascita a chinare il capo innanzi al
padrone, non può accettare di farlo innanzi a un pezzente suo pari,
anche se questi è armato di fucile. Durante la colluttazione, egli riesce
a vedere il volto di uno dei bambini. Ciò sarà la sua condanna a morte.
Quella
condanna evapora dal corpo del defunto per depositarsi su coloro che
gli hanno inflitto la morte. Le terre di quel luogo, sono sotto il
controllo di Massaro Passalacqua (Charles Vanel), la cui protezione aleggia sul barone
Lo Vasto (Camillo Mastrocinque), padrone di quel corpo ormai senza vita, ma soprattutto sulle
due mule sottratte dai banditi.
Passalacqua deve muoversi in
fretta, per punire coloro che hanno osato sfidarlo proprio nel momento
in cui il nuovo pretore, Guido Schiavi (Massimo Girotti),deve giungere a Capodarso. La gente deve capire
chi può tutelarli realmente. Quel qualcuno è lui, non certo la legge
ordinaria col suo giovane pretore.
Le
connessioni, tra il film neorealista e il western americano, sono palesi
sin dall'inizio. Il film si apre con un paesaggio che sembra rubato a un
film di Ford e al suolo dello Utah. La voce fuori campo presenta la
Sicilia come una terra di contrasti, giardino di agrumeti da un lato e
dall'altro la tragica aspra bellezza di un mondo misterioso. Proprio come il
vecchio West.
Contrasti,
tra fertilità e aridità, che si manifestano con la rapina ai danni del
contadino sul calesse, da parte dei banditi con i fazzoletti che coprono
i volti scolpiti dalla sofferenza, dalla rabbia e dal sole. Sole che
rende arida la terra e quel corpo insanguinato non appena le dona il suo
sangue.
Altro
elemento è il potere consolidatosi in una determinata area, in mano a
un unico uomo, e l'uomo di legge, o il giusto, che giunge in quella
terra sottomessa. Lo Shane per intenderci.

L'arrivo
in treno del pretore, in una stazione semi deserta con la luce che
brucia quasi la pellicola, e il suo ruotare quasi su se stesso, per
osservare i pochi presenti come per studiarne la volontà, sembra una di quelle
scene che diventeranno famose nei film di Leone, ma che già furono di
Zinnemann. Un uomo lo chiama per nome. Lo deride
quasi, per l'abito indossato in una giornata così calda, ma
soprattutto per il suo essere lì. Gli consiglia di prendere il treno per
Palermo. Di tornare a casa per chiedere il trasferimento o magari per
cambiare mestiere. Quell'uomo è come un miraggio, sfumato tra un diavolo
e un grillo parlante. Un ibrido che accoglie con gioia l'arrivo del
treno per il capoluogo. Sorridendo prima di sparire.
Sorridendo per la felicità di aver finalmente abbandonato quella città e il
suo vecchio ruolo di pretore.